La Via Claudia Augusta Altinate poi Strada Regia d'Alemagna.

...E' impossibile poter tracciare con sicurezza una viabilità pre e protostorica nel Veneto settentrionale; poiché comunque il Bellunese fu colonizzato da sud, cioè dalla Trevisana, è logico pensare che vi fossero percorsi che attraversavano le Prealpi trevigiano-bellunesi, profittando della valle del Piave e di tutti i valichi minori che travalicano i monti, il più accessibile dei quali è il Fadalto, di gran lunga quello a quota più bassa.

Di qui passarono i cacciatori neandertaliani e i successivi cacciatori eneolitici e gli uomini dell'età del bronzo e per finire i paleoveneti che in questa zona lasciarono importanti reperti a Montebelluna, Mel, attorno a Vittorio Veneto e a Cadola e poi nel centro Cadore e su fino ad Auronzo e a monte Pore presso Colle S. Lucia.
L'area di espansione paleoveneta- demografica e commerciale - comprende quindi nel Veneto nordorientale la valle del Piave, inoltre l'adiacente Friuli che non ha restituito evidenti reperti paleoveneti i quali però risultano presenti a Gurina in Carinzia e nella zona dell'Idria in Slovenia, per cui per forza di cose strade e commerci (e quindi centri abitati) dovevano passare per quella regione.
Il territorio dei paleoveneti era poi limitato ad occidente dai Cenomani e dagli Arusnates della provincia di Verona (rispettivamente sul piano i primi e sui colli i secondi) e dai Reti che abitavano l'altopiano di Asiago, il Feltrino e il pedemonte trevisano subito a nord di Asolo, il confine fra i due popoli correva a Castelcies. I paleoveneti del Bellunese e del Cadore dovevano quindi essere immigrati per forza dalla valle del Piave a nord di Montebelluna o dalla sella di Fadalto e su entrambi questi tracciati i ritrovamenti di quel periodo sono stati numerosi, anche in periodi recenti.
Dal sec. VI a. C. l'area fu invasa da popolazioni celtiche provenienti dal Friuli e così i centri principali ricordano queste popolazioni, Belluno (da* Belodunum), Cadore (da* Catubrigum), Ceneda (Ceneta) e Treviso (Tarvisium) sono infatti tutti nomi celtici. Queste popolazioni immigrate convissero con i paleoveneti autoctoni, assimilandosi fra di loro per cui all'arrivo dei conquistatori romani-nel secondo secolo a. C. - in quest'area vi era forse un'unica popolazione gallo-veneta.
La vicinanza linguistica della popolazione gallo-veneta col latino nonché l'arrivo di numerosi coloni militari nelle zone centuriate, specie nell'area Oderzo-Ceneda permise un'ulteriore fusione senza grandi salti nell'ethnos locale così che senza grandi sforzi il latino divenne la lingua parlata da tutti gli indigeni.
La via Claudia Augusta Altinate: Via d'arroccamento, almeno nella parte più alta del percorso, che andava da Altino - e un ramo anche dal porto dì Ostiglia sul Po - sino ad Augsburg (Augusta) in Baviera, costruita da Claudio poco prima del 50 d. C.
Altino, già sede di una comunità di paleoveneti era situata allo sbocco in laguna del Sile e del Piave che nel tratto finale del loro corso erano uniti; le buone comunicazioni stradali e la possibilità della fluitazione ne fecero una città importante, con un porto cui tendevano la navigazione lagunare e quella marittima, importante scalo verso i paesi del Nord di recente conquista.
Su questa strada si discute da almeno 220 anni, da quando cioè fu scoperto il cippo di Cesio che la nomina e varie sono le ipotesi di tracciato che si sono susseguite in questo lungo periodo. Qui di seguito si propone un'ipotesi, basata sul buon senso, cioè tenendo conto che una strada di questa portata, essenziale per far giungere uomini, vettovaglie e mezzi ai confini con la Germania, doveva essere transitabile in ogni periodo dell'anno, avere il minor numero possibile di problemi viari come attraversamento di fiumi o passaggi in quota e garantire l'appoggio logistico di città dove potevano stazionare e approvigionarsi i militari che garantivano la sicurezza del territorio.
Si propone pertanto un tragitto da Altino a S. Floriano di Callalta e di qui a Treviso e poi a Montebelluna, Fener, Feltre e di qui a Cesio e a Belluno, arrivando a Ponte nelle Alpi, in totale km 123.
Questo tracciato per me è il primo tratto della Claudia Augusta Altinate che a Feltre aveva una bretella verso Trento.
Tale via per tutti gli autori è indiziata da un rettifilo di km 15 fra Altino e S. Floriano sulla Callalta, ben noto da almeno duecento anni come Lagozzo, che tutti gli autori prolungano sino al guado sul Piave a Lovadina anche se nessuna traccia è rimasta sul terreno. La spiegazione data a questa realtà - la mancanza di tracce - è che il Piave nei secoli ha distrutto la strada ma ciò non può essere vero, in tal caso infatti sarebbe andata distrutta anche la Postumia nel tratto corrispondente all'incrocio teorico fra le due strade, cosa che non è accaduta.
Per me quindi da S. Floriano la strada volge a ponente e arriva a Treviso col nome di Callalta (a levante si arriva ad Oderzo) e dalla città per la Feltrina va a Montebelluna e Feltre.
Questo tracciato è il più veloce e meno disagevole, non attraversa fiumi importanti come il Piave (da attraversare due volte nelle altre ipotesi) o giogaie di monti (le Prealpi al Praderadego a q 932) o passando per zone tuttora disabitate e senza conforto (la sinistra Piave alla stretta di Quero), inoltre in questa ipotesi il miliare di Fenèr ed il cippo di Cesio sono esattamente in loco. Per spiegare il cippo di Cesio le altre ipotesi devono allungare la strada di 25-30 chilometri.
Da Feltre a Belluno la Altinate seguiva dapprima un tragitto interno, passante per la pieve di Cesio in territorio costellato di prediali romani non potendo seguire la valle del Piave, assai difficile in zona e comunque priva di centri abitati rilevanti.
Da Belluno la via seguitava sino a Ponte nelle Alpi e percorrendo la valle del Piave arrivava a Perarolo e poi a Valle e di qui la comoda strada verso Cortina e poi Cimabanche (q 1529) e infine Dobbiaco (sulla strada Sebatum-Aguntum).
In alternativa da Valle si può andare all'importante centro abitato di Pieve di Cadore (Catubrium) e di qui passando per il sito sacro di Lagole a cima Gogna, Auronzo, poi il passo di Zovo (q 1482) e la valle di Padola e il passo di monte Croce Comelico (q 1636) e per Sesto (ad sextum lapidem) sino a S. Candido (Littamum).
Nel Medioevo la via più praticata era quella per Cimabanche, con ospizio e castello, ma come spiegare altrimenti il toponimo Sesto che pare nel nome un miliare romano?
Dalla Pusteria 1'Altinate poteva andare a Fortezza e di qui per il Brennero al Tirolo e alla Baviera, oppure per il Gross Glokner arrivare sempre in Baviera o alla valle della Drava.
Esiste poi la possibilità Altino - S. Floriano di Callalta - Lovadina - Gai - Ceneda - Fadalto - Ponte nelle Alpi con un tragitto di km 80.
Passando per questa scorciatoia si guadagnano oltre 40 km (due giorni di viaggio) sul tratto da Altino sino a Ponte nelle Alpi per cui è obbligo pensare che fosse da preferire, almeno in tempi tranquilli, quando il pericolo di guerre era lontano e pertanto non erano necessari contingenti di stanza nelle città. Si doveva guadare il Piave, ma il guado a Lovadina è sempre stato utilizzato perlomeno dal sec. XII e non si vede perché non dovesse essere altrettanto in epoca romana, la sella di Fadalto (q 478) non crea particolari problemi di transito.
Un problema invece è l'attraversamento del Piave a Capo di Ponte (oggi Ponte nelle Alpi) ma qui un ponte di legno è documentato dal sec. XII, a maggior ragione ci doveva essere in epoca romana. Fra l'altro tutto l'Oltrepiave afferisce alla pieve matrice di Cadola e quindi un agevole passaggio ci doveva essere ben prima del Mille. Si ritiene pertanto che il tragitto Altino-Ceneda-Ponte fosse utilizzato di norma mentre quello Altino-Feltre-Ponte fosse più che altro d'importanza militare. Tutto questo può andare bene per 1'epoca romana.
Nel Medioevo, Altino non esiste più - travolto dalle invasioni barbariche e dall'interramento della laguna- e viene sostituito da Venezia, emporio di traffici e punto d'arrivo di pellegrini verso la Terrasanta.
Partendo dalla Germania le strade principali verso Venezia portano al facile valico del Brennero e di qui sino ali'attuale Fortezza. Da Fortezza ci sono due possibilità.
- l'agevole via dell'Adige sino a Verona e di qui a Mestre e poi per barca a Venezia; sino a Mestre sono km 320.
- per la val Pusteria sino a Dobbiaco, Cimabanche, Cadore, Ponte, Fadalto, Serravalle - Ceneda, Treviso sino a Mestre sono km 240
La seconda ipotesi accorcia il tragitto di 80 km, cioè 3-4 giorni di viaggio e fu la preferita nel Medioevo dai pellegrini e dai traffici, da e per Venezia.
La via per la valle dell'Adige era ovviamente la più comoda ed agevole per i viaggiatori diretti a Roma. ·
Tali vie di transito sono ben rappresentate nelle ben note carte stradali di E. Etzlaub stampate in Germania a partire dal 1499.
Questo tragitto internazionale noto perlomeno dal Duecento - lo nomina Alberto abate di Stade in Germania alla metà di quel secolo - era chiamata, perlomeno dal Quattrocento via Regia; scendendo a sud dalle Alpi per il Brennero seguiva la val Pusteria sino a Dobbiaco e di qui la valle del Boite e poi quella del Piave sino a Ponte (nelle Alpi) e di qui a Serravalle-Ceneda e Conegliano e passava il Piave al guado di Lovadina, nodo di traffici internazionali noto già dal 1120 con questa specifica funzione, dove la via Regia si univa alla strada Ongaresca sulla quale transitavano Tedeschi, Magiari e Slavi. Di qui si arrivava alla città di Treviso e poi si procedeva su un terrapieno delimitato da fossati che è noto col nome di Terraglio sino a Mestre.
Il tratto cittadino a Treviso è ricordato come via Regia nel diploma ai trevigiani di Federico I del 1164 e in successive documentazioni sino al 1314 (Cagnin G. Vie di comunicazione tra Veneto continentale e Friuli, p. 119-164, in Per terre e per acque, Rubano 2003, a p. 124).
Il tratto fra Gai presso Conegliano e Mestre era comune alla via Regia e alla strada (meglio fascio di strade) proveniente dal Friuli che scavalcava la Livenza al ponte di Cavolano, già documentato nel sec. VII; secondo gli autori moderni questa fu la strada percorsa dai longobardi di Alboino nel 568 che al guado di Lovadina incontrarono Felice vescovo di Treviso. Tale via fu nota dal Medioevo come Ongaresca.
Questa zona attorno a Gai fu pertanto un nodo nevralgico sempre, ed in particolare nei torbidi ed oscuri periodi delle invasioni barbariche e nell'alto Medioevo - nei secoli V-X - l'importanza strategica si evince dalla quantità di toponimi barbarici qui esistenti, a livello di centri abitati si ricorda Godega, Bavèr, Bavarigo, Bavaroi, Sarmede, fra i microtoponimi Badaraschie, Parra di Castel Roganzuolo e Parra di Cavolano.
Lungo quest'asse di traffico prosperarono Mogliano, Treviso, Conegliano e Serravalle-Ceneda, Capo di Ponte con la muda, e la via era costellata di ospedali, che avevano anche la funzione di ospizi per i viandanti (si ricorda quelli cittadini a Treviso, il guado di Lovadina col relativo Ospedale, gli ospedali urbani di Conegliano, Ceneda, Serravalle e più sopra nel disabitato canale del Piave ancora Ospitale di Cadore e a monte di Cortina verso il Boitestein un altro Ospitale).
Numerose fortificazioni testimoniano nei secoli anche l'importanza strategica, così le città fortificate e cinte di mura di Treviso, Conegliano e Serravalle, i castelli di S. Salvatore, Ceneda, la torre della Casamatta sul lago di S. Croce presso punta Trifina, il Castello di Lavazzo e poco sopra la torre della Gardona, il castello di Pieve di Cadore, la Chiusa di Venàs e il castello di Boitestein.

Autore: Giovanni Tomasi, La Strada Regia di Alemagna, a cura del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche, Dario De Bastiani Editore, 2008, nell'ambito del Convegno Nazionale 24 maggio 2008, Vittorio Veneto (Tv).

Vedi anche allegato: LA_STRADA_REGIA_D

Vedi anche allegato: Viabilita_antica_tra_Piave_e_Drava_Da_Perarolo di Cadore al Comelico di Jacopo Turchetto

 

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