Le strade antiche

STORIA DELLE STRADE CONSOLARI DI ROMA
Cap. 1 - Appio il cieco.
Cap. 2 - Il Lazio-Campania: un unico territorio.
Cap. 3 - "Cartagine deve essere distrutta".
Cap. 4 - Africa: "quella terra selvaggia di elefanti".
Cap. 5 - La strada delle spezie.
Cap. 6 - Le strade si allungano.
Cap. 7 - Le arterie dell'Impero.
Cap. 8 - Il ponte, fratello minore della strada.
Cap. 9 - Pietre miliari e posti di ristoro.
Cap. 10 - "Dovete contare soltanto su voi stessi".

Strada Consolare, poi Strada Regia delle Calabrie
In epoca romana esisteva un percorso viario che univa le città e i villaggi che si affacciavano sul mare della costa vesuviana e certamente esisteva una fitta rete di strade secondarie che in modo capillare consentiva di raggiungere tutti gli abitati perivesuviani. Non sono noti documenti relativi a quest'opera.
Il primo documento che descrive questa Strada Consolare è la Tabula Peutingeriana (opera del XII-XIII sec.), tratta da un'antica carta romana che descriveva le vie militari.
I due più importanti insediamenti erano Ercolano ed Oplonti. Dopo aver toccato Pompei e Stabia, proseguiva per l'attuale Costa Sorrentina per raggiungere il Capo Minerva.
La Strada Consolare risultò seppellita a seguito del terremoto del 79 d.C. e probabilmente si trova ancora intatta al di sotto delle mantellature laviche, sotto l'attuale strada Nazionale ricostruita al di sopra della Strada Regia e le pietre miliari sparirono seppellite dai prodotti eruttivi.
La sua ricostruzione avvenne successivamente ad un livello più alto.
Il nome di Strada Regia delle Calabrie risale probabilmente al XVI sec. quando Napoli passò sotto il dominio della Spagna e divenne capitale del Regno delle due Sicilie e quindi diede un forte impulso demografico all'area, gradita ai maggiorenti del periodo.
Vedi Aniello LANGELLA. La strada Regia delle Calabrie e il quinto miglio, in http:///www.vesuvioweb.com

Strada Militare: diverticolo da Nocera a Ancona
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Il diverticolo “Nuceriae - Anconam” citato negli Itinerari Antonini 312, 1, in “Ab urbe per Picenum Anconam et inde Brundisium”, fu riattato intorno al I secolo d.C. ed attraversava secondo il Cuntz le seguenti località: Otricoli XLIII - Narnie XII - Ad Martis vicum XVIII - Mevaniae XVI - Nuceria XVIII - Dubios VIII - Prolaquae VII - Septempeda XVI - Trea IX - Auximum XVIII - Anconam XII - Numana VIII.
Fu una via non solo di grande traffico, ma d’importanza interregionale compresa nella rete ufficiale delle strade dell'impero come lo dimostrano le numerazioni dei suoi miliari dal miglio aureo del Foro Romano e la presenza del nominativo dell'imperatore Vespasiano. Fu di collegamento tra Roma e il porto di Ancona, utilizzata per il trasporto di legioni verso i Balcani. Si distaccava dalla consolare Flaminia dopo 2 chilometri superata Nocera in località Capodarco e attraversava Vallefeggio, il passo di Saramonte (m 855 ), la valle di Santa Croce, la mutatio di Dubios (vicino Casuluna - miliario CXV di Vespasiano) e la valle del Frate.
Bibliografia: Itineraria Antonini, 310, 5-7; 311, 5; 312, 1-6. 0. CUNTZ, Itineraria romana I. Itineraria Antonini Augusti et Burdigalense, Leipzig 1929.
G. SIGISMONDI,”Epigrafi romane trovate recentemente a Nocera Umbra”, in Epigraphica XIV, 1952, pp. 114-136, 123-124;
Federico Uncini, Antiche Vie tra Umbria e Marche, Ed.Quattroemme,1995;
Archeologia delle valli marchigiane Misa, Nevola e Cesano, Electa Editori Umbri, 1991.
Autore: Federico Uncini - federico.uncini@gmail.com

Via AEMILIA SCAURI
La via Aemilia Scauri fu fatta costruire dal censore Marco Emilio Scauro nel 109 a.C. e collegava Vada Sabatia (Vado - SV) a Dertona (Tortona - AL) e quindi alla intera rete viaria della Valle Padana.
In epoca augustea divenne la principale arteria stradale di penetrazione militare ed economica verso le Gallie.
Tra il I ed il II secolo subì radicali rifacimenti di cui rimangono come magnifica testimonianza i ponti ad unica arcata lungo la Val Quazzola.
Info: Associazione culturale "Aemilia Scauri", presso Biblioteca Comunale Via Brandini n.14–17047 Quiliano (SV) tel.3403066435 (venerdì h.18-20) email: aemiliascauri@libero.it

Via Annia
Realizzata probabilmente nel 153 a.C. ad opera del console T. Annio Lusco, quasi certamente lo stesso che aveva già fatto parte in precedenza del collegio triumvirale incaricato del supplementum di Aquileia nel 169 a.C., la via collegava Altino ad Aquileia attraversando la bassa pianura e dunque necessariamente affrontando i numerosi problemi connessi alla dominante presenza delle acque.
Viabilità e comunicazioni tra Italia settentrionale ed area alpina nell'antichità: tendenze e prospettive della ricerca, Stefano Magnani, in "Quaderni Friulani di Archeologia XVII/2007, pp. 23-43

Via Appia
Il primo miglio della Via Appia, un luogo strettamente connesso con le origini mitiche dell’Urbe, di Fabrizio Falconi
Via Appia. E’ una delle più grandi opere d’ingegneria del mondo, di Andrea Chiara Grillo
La Via Appia, un miglio pieno di storia, di Daniele Manacorda

Via Aurelia

Via Antica Consolare Campana. Al tempo il porto di Puteoli, oggi Pozzuoli, era un’importantissima risorsa per tutta la penisola: merci e ricchezze di qualunque genere arrivavano da ogni angolo del Mediterraneo. Il problema era trovare un modo per trasportarle fino a Roma. La via Antica Consolare Campana, lunga 21 miglia, partiva dall’Anfiteatro Flavio di Puteoli e si snodava tra alcuni antichi crateri, passando per i territori di Quarto, Marano, Qualiano, Giugliano ed Aversa, finendo sulla via Appia, collegata direttamente a Roma.
Montagna-SpaccataTuttavia, all’altezza del quarto miglio (dove oggi sorge Quarto), l’asse viario veniva interrotto da un’enorme collina dal diametro di circa 900 metri: uno delle più antiche bocche vulcaniche dei Campi Flegrei. Circumnavigare il luogo rallentava moltissimo i trasporti, già non semplici all’epoca. Così, i romani decisero che se la collina intralciava i commerci doveva venire “spaccata”. La strada, oggi denominata “Montagna Spaccata”, è il risultato dell’importantissima impresa urbanistica.
Il taglio è largo 78 metri nella parte superiore e alto 50. Mura di sostegno furono realizzate sui due lati, lungo i 290 metri di lunghezza. Un lavoro impeccabile che dimezzò i tempi di percorrenza dell’Antica Consolare Campana e garantì lo sviluppo incredibile del porto di Puteoli come base commerciale.
Sono tutt’oggi visibili i resti di quello che sembra essere stato un arco in tufo destinato a sostenere le spinte laterali del terreno: una struttura realizzata talmente bene più di due millenni fa da resistere intatta al terremoto del 1980. C’è ancora molto da scoprire sull’operato dei romani nei Campi Flegrei: basti pensare che gli incendi degli ultimi tempi hanno fatto riemergere un altro tratto di mura della “Montagna Spaccata”.

Via Cassia
view_13_CASSIAImportante via consolare che portava da Roma a Florentia (Firenze), e fu poi prolungata fino a congiungersi con la via Aurelia passando per le città di Pistoia e Lucca.
Le sue origini sono molto incerte, come incerta è l’identificazione del personaggio pubblico che le diede il nome. I più accreditati potrebbero essere il censore Cassio Longino del 154 a.C. ed il console Cassio Longino del 127 a.C., con una maggior propensione verso il primo dei due.
La strada procedeva e in alcuni tratti procede ancora oggi in territori intermedi tra le altre due importanti vie di comunicazione romane come l’Aurelia e la via Flaminia da cui si poteva facilmente raggiungere la città di Ariminum (Rimini), e di conseguenza tutto il nord Italia.
Come per tutte le altre strade romane, anche la Cassia prendeva il via dal Foro Romano, all’altezza del ”miliarium aureum”, e venne costruita collegando tratti stradali già esistenti dall’epoca etrusca, come ad esempio la via Veientana.
Partendo dalla porta “Fontinalis” nelle mura serviane, la via Cassia condivideva la prima parte del suo percorso con la via Flaminia, separandosi poi all’altezza di ponte Milvio. Al decimo chilometro, che oggi si trova in pieno centro abitato, si trova un monumento funebre noto oggi come Tomba di Nerone, che dà anche il nome alla zona, benché il sarcofago sul ciglio della strada contenga in realtà i resti di Publio Vibio Mariano, un funzionario imperiale nativo di Tortona, e di sua moglie Regina Maxima.
Uscita da Roma la via Cassia attraversava quindi il territorio di Veio, quello di Sutri e quello di Forum Cassi, nei pressi dell’odierna Vetralla, per poi proseguire nell’etruria meridionale, nei territori della Tuscia. La via Cassia toccava quindi le città di Castrum Viterbii (Viterbo), Mons Flascun (Montefiascone), Urbs Vetus (Orvieto), poi Clusium (Chiusi), e Cortona, puntando poi verso Arezzo.
Il prolungamento della via avvenne verso la fine del II sec. a.C. ad opera del censore Cassio Longino Ravilla; la strada venne quindi allungata fino a toccare Florentia (Firenze), per poi protrarsi fino a Pistoia e Lucca.
La presenza di questo percorso è testimoniata dai nomi dei luoghi. Terzolle, Quarto, Quinto, Sesto e Settimello non indicano altro che la distanza in miglia da Firenze.
La Tabula Peutingeriana pone in corrispondenza del nono miglio la mansio denominata Ad Solaria. Durante i lavori per la realizzazione di una rotonda nella zona detta “il Rosi”, sono venuti alla luce i resti di un grande complesso dotato di magazzini, cortile interno e un pozzo, databile al I-II secolo d.C. e identificato dagli studiosi proprio con la sopracitata mansio Ad Solaria. Non è un caso che questa stazione di posta si trovasse in corrispondenza dell'incrocio tra la Cassia e una delle direttrici che andavano verso Nord (è il percorso dell'attuale SP8) e valicato il Passo delle Croci, raggiungevano il Mugello ricollegandosi alla via Flaminia Militare.
Di notevole interesse è stato inoltre il ritrovamento nel 2003 dei resti di una villa-fattoria di età augustea poco oltre la località detta “La Chiusa”, tra la collina di Montedomini e il torrente Marina. Dagli scavi, condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, si è potuto evidenziare che l'edificio fu occupato per tutta l'età imperiale e abbandonato nel periodo tardo antico a seguito di un incendio.
Da Lucca proseguiva verso nord parallela al mare valicando il Monte Magno per raggiungere prima Campus Maior (Camaiore) poi Pietrasanta. Da Pietrasanta, che fu fondata sul modello del campus romano e aveva come decumano proprio il tracciato della Cassia, proseguiva ai piedi delle colline fino a Taberna Frigida (Massa), castrum romano del IX secolo munito dell’Hospitalium di San Leonardo al Frigido, che accoglieva i viandanti che percorrevano la Via Francigena, dove la Cassia si ricongiungeva con la via Aurelia, per poi proseguire verso la città di Luni.
Il percorso così come ci appare ci fa pensare al fatto che la Cassia fu concepita più per lo spostamento di truppe verso il nord della penisola, ciò lo potrebbe confermare l’andamento della via che talvolta aggira e talvolta tocca alcune città ai piedi degli Appennini, come se le colonne di soldati potessero scegliere da quale valico attraversarli, senza per forza utilizzare altre strade come ad esempio la Flaminia.
Già molto deteriorata e danneggiata ai tempi dell’Imperatore Traiano, la via Cassia non venne tuttavia risistemata, anzi, Traiano preferì realizzare un tratto del tutto nuovo tra Volsinii Novi e Clusium, prendendo il nome di via Traiana Nova. Essa condivideva per un tratto lo stesso percorso della vecchia Cassia per poi tagliare fuori alcune zone alluvionali rendendo il percorso più corto e diretto.
In epoca medievale il percorso della Cassia venne in parte modificato, anche a seconda dell’importanza che andavano acquisendo alcuni centri abitati, in particolare tra il VII e l’VIII sec. d.C., quando Bizantini, Franchi e Longobardi si spartirono i territori del centro Italia. Il percorso della Cassia dopo il 774 d.C., quando i Franchi sconfissero i Longobardi, fu particolarmente usato dai pellegrini che si recavano a Roma, costituendo, così, un tratto della Via Francigena.

Via Claudia Augusta
percorso_della_via_claudia_augustaE'una strada romana la cui realizzazione risale alla prima metà del I secolo d.C.
Tradizionalmente si ritiene sia stata costruita per mettere in contatto il mondo romano con quello germanico, partendo dalla Pianura Padana e raggiungendo, attraverso le Alpi, il Danubio in Baviera.
La costruzione della via Claudia Augusta è stata avviata nel 15 a.C. da Druso, generale di Augusto, durante alcune campagne militari che portarono alla conquista dei territori della Rezia e della Vindelicia (oggigiorno il Tirolo occidentale e la Germania meridionale). È stata ampliata e quindi ultimata nel 47 d.C. da suo figlio, l'imperatore Claudio, dal quale ha preso poi il nome.
Dalle iscrizioni presenti sui miliari - le uniche fonti materiali ad oggi reperite e studiate -, in particolare quelli di Cesiomaggiore e Rablà, è emersa l'esistenza di due tracciati, l'uno con partenza da Ostiglia (Hostilia), ramo Padano, e l'altro da Altino (Altinum), ramo Altinate, convergenti a Tridentum, antico nome della città di Trento. La scelta di queste città è probabilmente dovuta alla loro importanza economica, in quanto floridi centri di scambi commerciali.
Tenendo conto dell'imponenza e dell'importanza che tale via di comunicazione doveva avere in epoca antica, si può dire che il numero dei reperti ad oggi ritrovati è piuttosto ridotto. Tale incongruenza costituisce un problema per gli studiosi. Le fonti archeologiche più significative per qualità e quantità sono i miliari. Tra di essi spiccano per importanza i cippi di Rablà e Cesiomaggiore, scoperti rispettivamente nel 1552 e nel 1786: essi testimoniano l'esistenza della strada, in quanto ne riportano il nome (vedi schede).
A Egna (Endidae) scavi archeologici hanno portato alla luce una stazione di sosta ben conservata, che fa presupporre che il percorso si sviluppasse lungo quella direttrice.
Inoltre lungo l'ipotetico itinerario sono stati rinvenuti i resti di ponti e tratti di strada romana datati all'epoca di Druso.
Non esiste ancora alcuna ipotesi definitiva riguardo al tracciato originario della via Claudia Augusta, vista la relativa scarsità di reperti e la mancanza di fonti antiche. Il percorso della porzione di strada che congiunge Trento con Burghöfe-Mertingen (Submuntorium) è individuato in modo sufficientemente preciso, salvo qualche dubbio nel territorio delle Alpi Bavaresi; è condiviso che il superamento del confine avvenisse in corrispondenza del Passo di Resia. Per quanto riguarda la Padana, sappiamo, anche grazie alla testimonianza della Tabula Peutingeriana, che essa collegava Ostiglia, Verona e Trento, dove si congiungeva all'Altinate. Più discusso è il percorso di quest'ultima, che da Altino raggiungeva Trento passando per Feltre e, forse, Belluno.
La prima ipotesi ad essere stata formulata è quella del conte Aurelio Guarnieri Ottoni, secondo il quale la strada da Altino toccava Oderzo, Serravalle e Belluno, per poi piegare verso l'attuale Cesiomaggiore e infine Feltre.
Theodor Mommsen (1863), e più tardi Konrad Miller[1] (1916) e Guido Rosada (1999), fanno passare la strada per Treviso dopo aver risalito la riva destra del Sile. L'arteria entrava in città tramite quella che ancor oggi è detta Porta Altinia e usciva per l'attuale Porta Santi Quaranta, coincidendo poi con la strada regionale Feltrina; incrociava la via Postumia presso Postioma, passava per Montebelluna e Cavaso del Tomba e raggiungeva infine Feltre. Questa ricostruzione è condivisa anche da Walther Cartellieri[3] (1926), che tuttavia ritiene che sino a Nerbon di San Biagio di Callalta la strada si trovasse alla sinistra del Sile.
Secondo un'altra ipotesi da Altino la strada raggiungeva il Sile e lo attraversava presso l'attuale Quarto d'Altino (dove sono ancora individuabili i resti di un ponte). Procedeva poi quasi rettilinea sino al Piave (coincidendo con la via che nel medioevo era detta Lagozzo o Agozzo) e lo attraversava tra le attuali Ponte della Priula e Nervesa della Battaglia, servendosi probabilmente di un guado. Per il percorso oltre Falzè di Piave, vi sono diversi possibili itinerari:
- per Vittorio Galliazzo la via continuava sino a Vidor e oltrepassava nuovamente il Piave, mantenendosi sull'argine destro sino a Quero; da Feltre toccava poi Belluno, attraversava il Cadore, la Val Pusteria e raggiungeva il Brennero;
per Luciano Bosio (1970 e 1991), la strada non attraversava il Piave e proseguiva per Moriago e Valdobbiadene e poi a Cesiomaggiore;
- secondo Alberto Alpago Novello la strada doveva raggiungere Follina e da qui valicava le prealpi Bellunesi tramite il passo di Praderadego; nell'altro versante, era sorvegliata da una fortificazione embrione del Castello di Zumelle;
- Plinio Fraccaro ritiene che la strada valicasse le Prealpi tramite il passo San Boldo.
Si potrebbe pensare che le ultime due ipotesi siano piuttosto fragili, in quanto, per superare le montagne, la Claudia Augusta si sarebbe dovuta fare stretta e ripida, quindi assai scomoda per i traffici, specialmente per i carri. Bisogna però considerare che la viabilità antica era diversa da quella attuale: i fondovalle potevano rivelarsi alquanto pericolosi, a causa di zone paludose e dell'assenza della protezione naturale costituita dalle montagne.
Il topografo cadorino Alessio De Bon, incaricato nel 1935 dall'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di svolgere una ricerca per la comprensione del problema del percorso della via Claudia Augusta, fa coincidere la sua teoria con la precedente fino a Feltre, ma da lì fa proseguire la strada sino a Belluno, attraversando il Cadore, la Val Pusteria e raggiungendo così il passo del Brennero. A sostenere l'ipotesi del tracciato, in mancanza di iscrizioni, sono anche i ritrovamenti archeologici, su tutti il santuario romano del Monte Calvario, presso Auronzo di Cadore, ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Tale sito (che è ancora in fase di scavo) di tipologia militare centroitalica, a gradoni, fu frequentato per svariati secoli dalle legioni. Costruzioni simili per imponenza ed importanza vi sono solo vicino a Roma: ciò fa ritenere che l'arteria stradale lungo la quale fu costruito fosse particolarmente importante.
350 miglia dal Po al Danubio. La strada statale romana Via Claudia Augusta, Wolfgang CZYSZ, in "Quaderni Friulani di Archeologia XVII/2007, pp. 23-43
Fonti: http://www.viaclaudia.org/it/via-claudia-augusta.html  - https://it.wikipedia.org/wiki/Via_Claudia_Augusta

Via Clodia
clodiaIl poeta latino Ovidio (43 a.C.-17 d.C.), esiliato a Tomi (l’attuale Costanza, in Romania), sul Mar Nero, ricorda con mestizia la sua città: «Il mio animo non desidera campi che ho lasciato // o le grandi proprietà nella terra dei Peligni, // né i miei giardini sulle colline coperte di pini // che guardano la via Clodia alla giunzione con la Flaminia» (Ex Ponto I, 8 vv. 41-44). Il suo lamento, unica testimonianza letteraria della via, ricorda il tratto iniziale in uscita da Roma comune a Clodia, Flaminia e Cassia e suggerisce, per il contesto in cui è inserito, come il percorso fosse conosciuto e in uso nella prima età imperiale.
Le altre testimonianze, le epigrafi di curatores viarum (i responsabili pubblici delle vie romane, n.d.r.) vissuti tra la fine del I e il III secolo d.C. e la Tabula Peutingeriana – copia di un documento del III-IV secolo d.C. – sono piú tarde, benché la via Clodia sia considerata il risultato della riorganizzazione, in epoca repubblicana, della preesistente rete viaria etrusca. Questa collegava una serie di centri agricoli interni, passati nel III secolo a.C. sotto il controllo di Roma in seguito alla conquista delle grandi città etrusche di Tarquinia, Vulci, Cerveteri, Volsinii, Falerii.
Quale simbolico, ma significativo, presidio del territorio, negli anni tra il 200 e il 144 a.C., si ebbe la fondazione di Forum Clodii, nel luogo i cui oggi sorge la chiesa dei SS. Marciano e Liberato, un paio di chilometri a nord di Bracciano, sull’altura prospiciente il lago e, nel 183 a.C., la trasformazione in colonia del centro etrusco di Saturnia.
Controversa è l’epoca della realizzazione del tracciato romano della via Clodia: alcuni la collocano fra il 225 e il 183 a.C.; altri, nella ricerca del magistrato eponimo, ne hanno attribuito la costruzione a Gaio Claudio Canina, console nel 273 a.C, oppure ad Aulo Claudio Russo, console nel 268 a.C., o, ancora, a Gaio Claudio Centone, censore nel 225 a.C. La via Cassia, esistente nel 187 a.C., coincideva nel primo tratto con la via Clodia, dalla quale si separava poco fuori Roma, nei pressi della località oggi denominata La Storta.
Gli interrogativi non solo sull’origine, ma anche sulla natura di via consolare in età repubblicana del percorso, possono trovare parziale risposta nell’analisi del popolamento del territorio compreso fra la litoranea tirrenica della via Aurelia e la direttrice della via Cassia. L’importanza dell’Etruria meridionale interna e dei suoi grandi centri nelle fasi dell’espansione romana a nord del Tevere è stata confermata dall’indagine topografica, che ha rilevato una cospicua presenza di ville rustiche e fattorie romane nelle piane fertili comprese fra i monti della Tolfa e Canale Monterano, Manziana e Bracciano, che si insediarono e svilupparono fra il III e il I secolo a.C.
Tale ruolo è coerente con la pratica di controllo del territorio conquistato tramite la costruzione di un asse viario, funzionale al presidio e a un rapido intervento militare, attraverso i preesistenti centri abitati; un’arteria che aveva anche la funzione di collegamento con gli insediamenti e le colonie di recente fondazione. A partire dall’età imperiale, nelle campagne dell’Etruria si diffondono le grandi proprietà delle ville rustiche, con l’impiego di numerosa manodopera servile, e un sistema di rapporti economico-politici che sopravvisse in queste regioni interne piú a lungo che sulla costa, sottoposta a frequenti invasioni.
La via Clodia continuò a svolgere un ruolo importante anche dopo la guerra greco-gotica in Italia (535-553): il trattato di pace tra Bizantini e Longobardi del 605, segnando la linea di confine tra le due potenze, sancí la definitiva spartizione della regione in Tuscia Langobardorum a est e Tuscia Romanorum (cioè bizantina) a ovest. In questo nuovo quadro politico la via Clodia assunse progressivamente il ruolo di asse portante della dominazione longobarda e di via diretta di collegamento fra Tuscania, caposaldo principale della zona controllata dalla nuova signoria germanica, e il Nord della Penisola.
La Tabula Peutingeriana è una carta stradale a colori del mondo antico che riporta le vie e i centri abitati con le distanze relative, i fiumi, i mari e altre caratteristiche geografiche del dominio di Roma in età imperiale. Si tratta di un documento medievale, eseguito nel XIII-XIV secolo e ricavato da un originale antico risalente al III-IV secolo d.C., a sua volta, forse, elaborazione di un documento precedente.
Il V segmento della carta rappresenta la città di Roma, con le strade che si dipartono a raggiera. Augusto, nel 20 a.C., aveva fatto collocare nel Foro, fra il tempio di Saturno e i Rostri, una colonna rivestita in bronzo dorato, il Miliarium Aureum, con i nomi delle principali città dell’impero e le distanze da Roma. Ancora oggi è visibile la base del monumento che costituiva il punto di partenza delle vie consolari. Il primo tratto della via Flaminia giunge sino al Ponte Milvio, ad Ponte Iulii, e riporta il numerale III, a 3 miglia dal Foro Romano (pari a 4,4 km), che corrispondono all’effettiva distanza. Subito dopo la strada inizia a dividersi e, presso la località Ad Sextum, ovvero dopo sei miglia dal Foro (4,4 km da Ponte Milvio a La Storta), compare il nome della via Clodia.
Careias, al miglio VIIII (pari al km 13,3), è la tappa successiva. La località è stata individuata nelle rovine di Galeria, poste sul rilievo a quota 131 sulla riva sinistra del fosso Arrone, circa 1 km a ovest di S. Maria di Galeria. Questa identificazione fa sorgere un problema in quanto la distanza delle rovine da La Storta è di circa 9 km; inoltre, evidenti tracce di pavimentazione basolata emergono molto piú a nord, sulla Riva della Casaccia, posta a circa 12 km dall’inizio della via Clodia. Dopo altri 2 km verso il lago di Bracciano si incontra il toponimo Cancelli Galera e, poco oltre, in località Le Crocicchie, agli inizi del secolo scorso, Thomas Ashby aveva individuato e fotografato un lungo tratto di selciato a poliedri.
Il percorso prosegue con la rappresentazione di un edificio che indica una struttura termale, o un centro di una certa importanza, seguito dal numerale VIII. Dalla costruzione si dipartono due vie: la superiore porta a Sutrio XII, quella inferiore Ad Novas VIIII. Possiamo collocarla, in base alla distanza di 26,5 km da La Storta, poco prima del lago di Bracciano. Nei pressi di Anguillara Sabazia, alle fonti dell’Acqua Claudia fu scavato il vasto complesso di una villa romana risalente al I secolo a.C. che utilizzava le sorgenti termali attive ancor oggi. Vi sono quindi le premesse per identificarla con il simbolo dell’impianto termale posto al bivio fra i due percorsi che lambiscono da nord e da sud il lago di Bracciano.
Ma ecco, qui di seguito, l’elenco delle località che potrebbero essere riferite alla via Clodia, anche sulla base delle testimonianze archeologiche a oggi individuate.
Ad Novas VIIII, e, poco oltre, Foro Clodo co. Sabate. L’approccio geografico all’interpretazione di questa cartografia antica evidenzia come la distanza indicata, 11,8 km, corrisponda a quella che separa la collina di S. Liberato, l’antico Forum Clodii poco a nord di Bracciano, dalle terme dell’Acqua Claudia. Non è ben chiaro il significato della sigla co, che nella Tabula collega anche altre località, tuttavia l’ipotesi piú convincente la ritiene elemento di collegamento fra due ubicazioni molto vicine.
Blera XXII. Da Forum Clodii, si raggiunge Oriolo Romano; proseguendo verso nord, sulla strada interpoderale fra il fosso di Fontegrillo e l’altura del Poggiaccio emergono alcuni basoli oramai dissestati. A Barbarano Romano, lungo il sentiero naturalistico della Macchia della Banditella, si incontrano continue teorie di poliedri, ove la strada è fiancheggiata da un monumento funerario oramai ridotto al solo nucleo. Superato il fosso Petrola attraverso il distrutto ponte Piro, Blera è raggiunta dopo circa 30 km, come indicato dalla Tabula.
Marta VIIII. La distanza indicata di 13,3 km non è sufficiente per raggiungere il fiume Marta, ma adeguata alla località di Norchia, nei pressi della quale si può collocare la tappa della Tabula.
Tuscania. Questo tratto non riporta alcuna indicazione per le distanze, tuttavia prima e dopo il paese di Tuscania sono ben evidenti i resti di pavimentazione stradale.
Materno XII. L’antica località di Maternum non è stata individuata con certezza; la distanza ricavabile dalla Tabula, 17,8 km dopo Tuscania e 26,6 da Saturnia, suggerisce di collocarla ai margini meridionali della Selva del Lamone, fra Ponte San Pietro, Farnese e Ischia di Castro.
Saturnia XVIII. Probabilmente il percorso toccava Pitigliano e Sovana, per poi salire al colle di Saturnia su antico basolato ed entrare in paese attraverso la Porta Romana.
Succosa VIII. A questo punto il percorso perde ogni logica: è indicato il collegamento con la costiera Aurelia a sud del Monte Argentario, presso Ansedonia (l’antica Cosa), con un tratto di soli 12 km, pari a un terzo della distanza effettiva, che implicherebbe una brusca deviazione a gomito e l’impervio superamento di una successione di rilievi. In mancanza di altri indizi possiamo attribuire questa incongruità a un errore del copista medievale e seguire l’ipotesi della prosecuzione verso Montorgiali, ove è ancora visibile l’antico manufatto che la tradizione chiama Ponte Romano, per giungere poi sino a Roselle.
Oltre alla Tabula Peutingeriana, un altro documento può essere utilizzato per ricostruire il tracciato della via Clodia: è l’Itinerarium Antonini, un elenco dei collegamenti fra varie località dell’impero romano giunto a noi attraverso la trascrizione in codici medievali, nei quali compare il nome con il quale è oggi designato; risale a un originale databile tra la fine del III e la metà del IV secolo d.C. È suddiviso in due sezioni: la prima, Itinerarium Provinciarum, elenca 256 percorsi terrestri; la seconda, Itinerarium Marittimum, riporta le principali rotte navali del Mediterraneo. La compilazione non indica le vie, ma le tappe e le miglia che le separano.
Un percorso definisce via Clodia il tragitto da Lucca a Roma, attraverso Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto, Sutri. Questa attestazione, problematica – in quanto presenta un itinerario alternativo coincidente da Chiusi a Roma con quello della via Cassia –, non trova conferma in nessun’altra fonte. Potrebbe riferirsi a una denominazione della Clodia non tramandata da altri documenti, o a un errore di chi ha trascritto le tappe ricopiandole dalla carta geografica originaria, indotto dalla sovrapposizione fra le due vie nel primo tratto in uscita da Roma.
Diversa è l’opinione di Nevio Degrassi, il quale ritiene che proprio questa sia la via Clodia. La tesi è supportata dalla constatazione che, nelle epigrafi dei curatores imperiali, la via Clodia precede sempre tutte le altre, perché considerata piú importante della Cassia, Annia, Cimina, Amerina e Traiana; la via Clodia, o Claudia, che giungeva a Forum Clodii e Tuscania era solo di secondaria importanza. Senza dubbio la gerarchia viaria cosí interpretata è argomento suggestivo per spiegare le cariche conferite ai curatores, che altrimenti non troverebbero giustificazione dalla supervisione di una direttrice viaria interna, attraverso territori che in età medio-imperiale avevano perso importanza strategica, economica e demografica.
Autore: Pierluigi Banchig
Fonte: Archeo n° 358 Dicembre 2014
Vedi anche percorso della SFA nel 2008: LA VIA CLODIA

Via Emilia - Altinate
La più antica notizia di una strada verso Aquileia (convenzionalmente detta Emilia-Altinate) ci è data da Strabone, che attesta la realizzazione ad opera di Marco (Emilio) Lepido, nell'anno 187 a.C., sei anni prima della fondazione di Aquileia, di un prolungamento della via Aemilia da Bononia ad Aquileia "alla base delle Alpi, aggirando le paludi".
Se si vuol dare credito a Strabone, anche alla luce della sempre più probabile presenza di un emporio paleoveneto nel sito della futura colonia, sarebbe davvero interessante supporre un preciso interesse romano al controllo della costa alto adriatica e dei rami terminali della "via dell'ambra" e, soprattutto, della via del ferro dal Noricum, a comune difesa degli interessi commerciali dei Veneti e dei Romani.
Luciano Bosio sulla base di una complessiva rilettura del passo straboniano e del passo di Livio, in cui è documentato l'invio nel 174 a.C. del console M. Aemilius a sedare una controversia sorta tra Patavini, posticipa di 12 anni la costruzione collocandola al 175 a.C. e attribuendola a L. Aemilius Lepidus, il costruttore della più nota via Aemilia, a conclusione di un progetto mirante alla rotabilità della pianura padana nel suo settore centrale e orientale.
(Fabio Prenc, Catasti romani e viabilità della bassa friulana, in Cultura in Friuli II, Società Filologica Friulana, Udine 2015)

Via Julia Augusta

Via Latina
Il Parco Archeologico della via Latina a Roma

Via Popilia o via Annia
Venne costruita intorno al 132 a.C. e metteva in comunicazione l'entroterra vesuviano, partendo da Capua (dipartendosi dall'Appia), fino all'attuale Reggio Calabria (Civitas fopederata Regium).
La strada è la vera arteria viaria interna al territorio vesuviano e si poneva in alternativa a quella costiera; transitvaca per Suessula, nei pressi dell'attuale Acerra. Da Capua a Benevento passava per Calatie, Ad Novas e Caudio (la principale città dei Sanniti Caudini).
Vedi: Aniello Langella, La-terra-vesuviana-e-la-Tabula-Peutingeriana

Via Postumia
Realizzata a partire dal 148 a.C. ad opera del console Spurio Postumio Albino e tracciata da Genova ad Aquileia, la via Postumia svolse inevitabilmente un ruolo decisivo nella fase di assoggetmento della Gallia Cisalpina, che attraversava da un estremo all’altro, e nel processo di romanizzazione della regione.
Essa collegava i principali centri liguri (Genova, Tortona) alle antiche colonie di Piacenza e Cremona, e ai principali centri venetici (Verona, Vicenza, Oderzo), per giungere infine alla remota colonia di Aquileia.
Viabilità e comunicazioni tra Italia settentrionale ed area alpina nell'antichità: tendenze e prospettive della ricerca, Stefano Magnani, in "Quaderni Friulani di Archeologia XVII/2007, pp. 23-43

Via Salaria

Via Traiana
La Via_Traiana, di Ilaria Oriente

 

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